SEMINARI DI VITA NUOVA 9 nov. 2011

Posted by on 15 lug 2012 in Insegnamenti

Gruppi Luce del Mattino (Artegna) e Betania (Tolmezzo)

Quarta catechesi: Fede e conversione (testi di Ilde e Miriam)

 

 

La fede è la risposta all’amore di Dio per noi.

La fede ci fa proclamare la signoria di Gesù (poi vedremo che per metterla in pratica nella nostra vita occorre un atto di volontà che si chiama conversione, ma prima ci vuole l’adesione del cuore)

Perché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo risuscitò dai morti, sarai salvo (Rm 10,9)

Fede come fiducia. Cos’è la fiducia in Dio? È mettere tutto nelle sue mani, convinti nel profondo che provvederà meglio di noi stessi alle nostre necessità.

Fidarsi di Dio e confidare in lui, affidarsi… tutti questi verbi indicano proprio l’atteggiamento di chi “ crede con il cuore” nella signoria di Gesù.

Ma non è un atteggiamento automatico: noi tendiamo sempre al controllo della nostra vita. “Figurati se non so cos’è meglio per me…”. Finché non ci convinciamo che Dio effettivamente lo sa molto meglio di noi, è difficile abbandonarsi a lui, credere che davvero egli operi, anche perché siamo immersi in un tempo che fa di tutto per convincerci della sua assenza e lontananza.

 

La fede – dice san Paolo – è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb11, 1)

 

Questo vuol dire che dobbiamo avere un cuore umile, che non pretende di capire cose più grandi di noi: in tutti i tempi la filosofia si è sforzata di dimostrare l’esistenza di Dio in modo quasi scientifico e comunque razionale, ma Dio è al di là e al di sopra della ragione umana. Occorrono invece gli occhi di un cuore semplice, come quelli di Maria, capaci di vedere la potenza prima che si manifesti (come a Cana).

Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio? (GV 11,40)

Scrive il teologo Hammerle che la fede è “guardare nella morte fino a vedere la vita, nella colpa fino a vedere il perdono, nella divisione fino a vedere Dio, in Dio fino a vedere l’uomo”.

Invece noi mettiamo alla prova Dio, continuamente. Vogliamo essere salvati, sì, ma a modo nostro; liberati dal peccato, sì, ma non subito; guariti nel profondo, sì, ma senza che questo comporti alcuno sforzo e magari senza doverci sentire in obbligo di ringraziare.

La nostra fede è debole e spesso infantile. Ricorriamo a Dio solo quando siamo proprio senza alternative. Oppure barattiamo una fede forte e fiduciosa con un credere a metà, per quel che piace e conviene, rimanendo legati alle vecchie abitudini, affezionati ai nostri peccati, attenti alla Parola finché non ci interroga in modo bruciante e allora non ci sta più bene.

Gesù piange su Gerusalemme non per i suoi peccati (alcolismo, prostituzione, adulterio, menzogna, adulazione) ma perché egli aveva offerto pace e liberazione e gli abitanti di Gerusalemme non le avevano accettate, non erano corsi da lui per mettersi al riparo, non avevano creduto alla sua potenza.

La fede è il passaggio dalla morte alla vita (Gv 11,25 Chi crede in me anche se muore vivrà), è potenza di guarigione, è la forza che muove le montagne e fa crollare le mura di Gerico semplicemente girando loro intorno.

La fede che crede contro ogni speranza e nel più assoluto buio è un carisma, un carisma che va chiesto perché dalla fede discende tutto il resto. Senza una fede forte, convinta del fatto che a Dio nulla è impossibile, la nostra vita cristiana si ferma. Questo non vuol dire che se la nostra preghiera non produce effetto abbiamo sbagliato qualcosa (lo vediamo subito, tra un attimo), ma è necessario decidere di affidare noi stessi e la nostra vita a Dio.

(Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede 1Gv 5,4).

Nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei, Paolo enumera esempi di fede enorme lungo tutto il Vecchio Testamento: Abramo, che parte per ordine di Dio senza sapere neppure dove sarebbe andato; Mosè che riceve da Dio il compito di guidare Israele fuori dall’Egitto e si sobbarca un viaggio di quarant’anni nel deserto; e poi ancora Sara, Raab, Sansone, Davide…

Eppure tutti costoro pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza (il figlio di Sara, l’attraversamento del Mar Rosso, la sconfitta di nemici immensamente più potenti…) NON conseguirono la promessa.

Questo però non significa che Dio non ascoltò la loro preghiera o, peggio, che essi pregarono in modo sbagliato o incompleto. La preghiera non è una magia che funziona solo se non si sbaglia la formula.

Dio aveva in mente – dice San Paolo – qualcosa di meglio. Per noi. Sì, per noi, perché in un certo senso essi non potessero portare a compimento i loro progetti senza di noi (Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi Eb 11, 40).

Ed è quello che a noi sembra più difficile da accettare, che Dio prepari qualcosa di diverso da quello che noi pensiamo sia il meglio. Perfino per chi deve ancora venire.

Tommaso: da incredulo a credente.

Tommaso non è con gli altri Apostoli quando Gesù appare loro la prima volta e al loro racconto resta molto perplesso, decisamente incredulo. Quali equilibri scardinava in Tommaso la realtà della Risurrezione?

Che cosa aveva già programmato per la sua vita Tommaso, da trovare quasi fastidiosa la rivelazione di quanto in fin dei conti Gesù aveva già preannunciato un sacco di volte? Non possiamo saperlo, ma possiamo provare a immaginare: è talmente incredulo da sfidare apertamente Dio dicendo “se non metto la mano, se non tocco, se non vedo”. Ma che razza di apostolo è Tommaso, dopo tutto quello che ha visto di Gesù, per mettere talmente tante condizioni al suo credere? Eppure, quanto è vicino a noi, ai nostri dubbi, alle nostre incredulità.

Se mi salvo da questa situazione, allora pregherò in un certo modo, se Dio ha pazienza ancora una volta con me, smetterò questa vita o farò questa rinuncia, se Gesù mi esaudisce allora cambierò una volta per tutte…

Ma il nostro Dio non accetta condizioni. Tommaso lo impara sulla sua pelle, quando Gesù, apparendo anche a lui, lo invita con una dimostrazione molto pratica: metti qui, tocca, guarda.

Per credere occorre davvero toccare con mano? Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno – dice Gesù in quel momento (Gv 21,33). Tommaso diventa credente perché ha un incontro personale, quasi fisico, con Dio. Ne tocca il corpo vivo che aveva visto morire in croce. Ma è il suo cuore e non gli occhi o il tatto a farlo decidere per sempre di credere. Neppure una prova tanto evidente avrebbe potuto far sgorgare quella professione di fede “Mio Signore e mio Dio” se Tommaso non fosse stato trafitto dall’amore di Gesù e inondato dal suo Spirito Santo.

Perché la fede ha bisogno di un continuo nutrimento. Non basta a se stessa.

San Pietro esorta: mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità (2 Pt 1, 5-7)

Cioè la fede chiede un radicale cambiamento di mentalità, senza le opere è inutile e non vera.

Per dare frutto, la fede presuppone un cambiamento profondo, una vera conversione [Convertitevi e credete – dice Gesù in Mc 1,15].

Fede e conversione camminano insieme.

Quando la fede viene vissuta e presa sul serio comporta un vero cambiamento nella vita.

Non possiamo credere e non cambiare vita.

E’ l’accettazione del dono di salvezza che Dio gratuitamente ci fa.

Io faccio un atto di volontà per rispondere all’amore di Dio, e ogni giorno devo chiedere la grazia della conversione. E’ un impegno e una fatica anche perché mettiamo in discussione tutta la nostra vita. Quello che siamo, come ci comportiamo, i nostri desideri, i rapporti con gli altri e le cose; rischiamo di instaurare un combattimento spirituale con noi stessi.

San Paolo è un convertito per eccellenza.

Leggerò un passo degli Atti ma vorrei che mentre lo ascoltate ci metteste voi stessi al posto di Paolo At 26,9-15.

Qui c’è tutta la nostra vita:

il prima (9-11) quando vivevamo lontani dall’amore di Dio, pieni di noi stessi;

l’incontro con la parola (12-15) quando, ognuno con la sua esperienza, ha incontrato Gesù Signore e nostra Salvezza e ha deciso di cambiare vita;

l’aiuto di Gesù il suo sostegno (16a) affinché in lui diventiamo uomini e donne nuovi.

Convertirsi cosa vuol dire: accogliere nella fede l’offerta di Dio e viverne le conseguenze.

Rinnovare il nostro modo di pensare in accordo con il Vangelo (criteri, priorità, valori); e cambiare il nostro cuore in accordo con Gesù (sentimenti, affetti, intenzioni).

Lasciarci avvolgere dall’uomo nuovo che è Cristo e ricevere “un cuore nuovo e spirito nuovo” Ez. 36,26; “se uno è in Cristo, è una creatura nuova” Cor 5,17a.

Il desiderio di conversione ci deve aiutare a mettere in evidenza quanto in noi non è buono davanti agli occhi di Dio.

Il cambiamento della mia vita sarà quindi nel lasciare il peccato e quanto potrebbe rendere difficile la mia relazione con Gesù.

Sempre S. Paolo ci dice: Rm 8,5-6 “Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo spirito, alle cose dello spirito. Ma i desideri della carne, portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace”

e allora non possiamo non ascoltare ancora in Rm 13,11 “Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quanto diventammo credenti”.

Dobbiamo avere la predisposizione di cuore di quei giudei che “All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo.” At 2,37-39

E allora esortati dai Santi Pietro e Paolo proviamo a metterci dei punti di partenza per crescere nella fede, aderire al vangelo di Gesù e attuare la conversione della nostra vita:

- rinunciare al peccato, smascherare quel peccato che ci rende schiavi, rinunciare alla nostra vita passata, gioire nel perdono di Dio

- abbandonare i nostri idoli che a volte non sono fuori di noi ma è la nostra vanagloria, il nostro sentirsi bravi

- riscoprire la Parola di Dio, pregarla, ruminarla, viverla

- riscoprire i sacramenti, l’Eucaristia e la Riconciliazione, far memoria del nostro Battesimo; vivere la s. Messa come momento di vera grazia

- cercare la somiglianza con Cristo, i suoi atteggiamenti e l’attenzioni agli altri, il suo amore per il Padre

 

E voglio finire ancora con S. Paolo Ef 3,17-19

“Che il Cristo abiti per fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”

 

 

Riferimenti bibliografici

Pierluigi Merlo. Vi darò un cuore nuovo. Rinnovamento nello Spirito, 2007

David Wilkerson. Non gettare la spugna. Ed. Uomini nuovi, 2008

Gruppo RnS Magnificat – appunti per un seminario di vita nuova

http://www.rns-arbatax.it/index.php?option=com_content&view=article&id=134:fede-e-conversione-appunti-al-seminario-di-vita-nuova-nello-spirito-santo&catid=7:catechesi&Itemid=14

 

http://www.rns-arbatax.it/index.php?option=com_content&view=article&id=135:fede-e-conversione-parte-2d&catid=7:catechesi&Itemid=14

 

p. Raniero Cantalamessa – Quello che poteva essere un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo (anno paolino)

http://portalcot.com/chiesa/prima-predica-davvento-di-padre-cantalamessa-in-vaticano/

 

Atti degli apostoli e Lettere di S. Paolo

 

 

 

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